Se siete seduti comodi in un ristorante e mentre assaporate la vostra pasta al pomodoro con un tocco di rucola vi arriva un sms che dice “ti piace questo piatto? torna martedì, c’è un 20% di sconto!”, allora siete vittime del proximity marketing.
Con il marketing di prossimità (proximity marketing) è possibile mandare dei messaggi verso i cellulari di determinate persone che si trovano, in prossimità appunto, di alcuni luoghi.
Se passate vicino ad un parrucchiere, potreste ricevere una foto con l’ultimo taglio ed il suo prezzo. Se siete in un negozio di giochi potreste riceverne uno (piccolo, limitato per smartphone) direttamente sul cellulare, come promozione. Nel tempo la cosa si è evoluta a tutto quello che di multimediale esiste che può rapportarsi ad un essere umano. Oggi è possibile ricevere non solo messaggi, ma anche suoni, video, mappe, agende, biglietti da visita digitali, e molto altro.
In situazioni più complesse si può persino tracciare il percorso di una persona in modo da capire gusti e preferenze. Così, se in un negozio di scarpe registro che una persona passa frequentemente accanto alle scarpe da uomo classiche, gli segnalerò qualche offerta particolare proprio su queste ultime.
Il proximity marketing ha però molti limiti: uno è sicuramente fisico: il raggio d’azione è limitato dalla tecnologia che utilizza: bluetooth o wifi, quindi il tutto si svolge in un raggio d’azione di poche decine di metri. L’altro è il procedimento un pò macchinoso: non tutti i cellulari accettano messaggi da sconosciuti, e così potrebbe arrivarvi un messaggio in cui vi si chiede se volete accettare altri messaggi. Un ultimo limite è squisitamente funzionale; di fatto il marketing di prossimità è una tecnologia assimilabile ad un volantinaggio moderno dove, banalizzando, invadi lo spazio altrui cercando di dare un’informazione magari non voluta.
Se siete sempre nel ristorante di prima, e vedete entrare cinque dei vostri amici che vi ringraziano di cuore per avergli consigliato quel ristorante, allora c’è di mezzo il geotagging.
Da quando hanno messo il GPS nei cellulari, la quantità di siti che mettono in relazione voi e le informazioni sui luoghi in cui siete è aumentata non poco. Con un telefono del genere (ma anche con un tablet, o qualsiasi altra cosa possiate portarvi dietro), potete condividere con tutti, su una mappa comune, la vostra posizione.
Questo è il geotagging.
Ora voi potreste anche chiedervi: “e quindi”?
L’informazione della vostra posizione in se non è così importante, se non la intrecciate con “voi”: con i vostri gusti, le vostre preferenze… e le posizioni dei vostri amici!
Al contrario del marketing di prossimità, il geotagging da un’ informazione specifica volutamente cercata da una persona. Anzi, in qualche modo si è invogliati a dire “ehi, sono qui!” perché così anche gli amici potranno sapere dove siete, che cosa state mangiando, e - siccome si suppone che un amico consiglia sempre bene - fare le stesse cose che avete fatto voi. Se segnalo la mia presenza in un ristorante scrivendo che la pasta è buona, probabilmente un mio amico a cui piace la pasta, ci andrà più volentieri. Questo è il concetto dietro Foursquare, e servizi di geotagging “sociale” simili, come Facebook Places e molti, molti altri servizi simili. E sembra funzionare, visto che Foursquare solo ha 15 milioni di iscrizioni da tutto il mondo.
Il bagaglio di informazioni che portiamo con noi diventa fisico, georeferenziato. Da azienda potrete scegliere lo strumento più utile per “seguire” i vostri clienti. Ma da utenti siate prudenti. Qualcuno potrebbe dire “vengo anch’io”, starà a voi e alla vostra privacy rispondere “no, tu no”.
Tags: proximity marketing marketing di prossimità bluetooth mappe wifi geotagging gps foursquare







