Quando hai a che fare con una mole di dati come quella che sposta Google, prima o poi i conti con la privacy devi farli.
Soprattutto se la tua azienda fattura ogni 3 mesi 10 miliardi di dollari e puoi permetterti di implementare nuovi servizi e darli via gratis, la mole di dati aumenta ancora di più. Ad oggi, tra mail, calendari, Youtube, Docs online, Google è arrivato ad offrire circa 200 altri servizi gratuiti.
Se hai questo tipo di risorse puoi anche permetterti di creare servizi in prova prima e perfezionarli piano piano dopo. Così puoi far uscire delle prove di social network come Orkut, Buzz e Wave, capisci cosa va e cosa proprio non va, ed approdi ad un prodotto come Google+. Mai come oggi - in tempi in cui si parla molto di cloud e dati personali nelle nuvole - la questione della privacy va affrontata con chiarezza. Questa cosa è ancora più lampante all’interno di un servizio di social netwok, dove il “problema della privacy” è di tutti.
In fondo Google tiene alla privacy dei suoi utenti.
Google tiene alla semplicità e alla chiarezza delle regole.
Google non darà mai ad altri i tuoi dati. Google non sarà mai cattivo.
Lo pensiamo tutti, no?
Anni fa Bush volle da Google i dati per stanare la pornografia online (la cronologia delle ricerche in particolare), ma Google non cedette. Google in generale cerca di non essere cattivo, perché il suo pay-off aziendale (slogan) è appunto “Don’t be evil”, e cioè non essere il male, essere leale, dalla parte dei buoni - e quindi - dalla parte degli utenti.
Dopo aver introdotto il concetto di “cerchia” di amicizie sul suo social network “Google+ (Plus)”, Google è stato - ovviamente - copiato da Facebook, che ha introdotto la medesima funzione nel giro di pochi mesi.
Ma la cerchia non è la vera innovazione di Google+. La vera innovazione, almeno in termini di comunicazione, è data dal posizionamento di Google+ come quelli che “hanno a cuore la tua privacy”. Cosa che Facebook non ha. Parliamoci chiaro, molte persone non avevano neanche idea di cosa significasse “privacy” (online) prima di entrare su Facebook. Facebook è il vero problema della privacy: le impostazioni sono complicate da configurare, cambiano troppo repentinamente senza avvisarti e alla fine una persona - anche se armata di pazienza - cede perché è troppo complicato.
Google risolve alla radice questo problema e - proprio per sottolineare la differenza con Facebook - inizia ad avvisare tutti con ogni mezzo possibile. Le nuove norme sulla privacy sono praticamente ovunque, appena fate una ricerca, quando effettuate il login, sulla vostra posta, sui banner di Youtube, insomma è praticamente impossibile non notarle. Di fatto le norme non aggiungono ne tolgono nulla di più a quello che loro già fanno adesso, ma la percezione è che loro fanno di tutto per metterti in guardia, ti dicono cosa devi fare in modo semplice, e se lo fanno è perché hanno a cuore i tuoi dati, mentre Facebook non lo fa.
Per delineare ulteriormente la differenza con Facebook, hanno anche modificato il marchio del social network che cambia da nero a rosso, così non puoi proprio confonderlo con il rivale blu Facebook.
Ecco perché è importante attribuire dei valori al vostro “brand” e lavorare molto sul concept e sulla mission di una azienda sia essa grande o piccola. Il posizionamento va studiato a tavolino e va declinato in ogni forma: nel pay off, nei rapporti con le persone, negli eventi che si creano, nei prodotti, nei servizi, fino alla carta intestata.
Queste azioni, insieme a molte altre operazioni simili e coordinate, attribuiranno dei valori alla azienda, così come renderanno Google certamente meno ostico per quanto riguarda la privacy.
In un web ormai saturo, non conta più solo fare visite, ma farle bene.
Ricevere visite infatti non è necessariamente indicativo di qualità. Quante visite fa ad esempio il sito di MSN solo perché è preinstallato su tutti gli Internet Explorer del mondo?
In definitiva, come scrivevo qualche post più in là, se i contenuti sono interessanti non solo avremo molti utenti, ma le persone passeranno del tempo significativo sul nostro sito, interagendo con lo stesso a più livelli. Più resteranno sul sito, più ci sarà la possibilità che facciano quello per cui è stato progettato. Potrebbero iscriversi ad una newsletter, sottoscrivere un abbonamento o altro; le call to action possono essere molte e variegate.
Diamo per scontato per un attimo di avere dei contenuti eccellenti. Ehi, forse non li stiamo mettendo abbastanza in risalto! Quello di cui dobbiamo assicurarci è che siano ben visibili e consultabili per il nostro audience. Questo è possibile grazie a quelle attività di progettazione che consentono di semplificare le interazioni uomo-macchina creando semplici interfacce grafiche intuitive: l’architettura delle informazioni, e l’interaction design. Come nei supermercati si pongono sullo scaffale giusto le informazioni in modo che risaltino facilmente agli occhi dei nostri visitatori.
In fase di progettazione di qualsiasi cosa vogliate far interagire con un essere umano, è bene tenere a mente queste discipline; Apple ad esempio ha speso gran parte del suo tempo nell’utilizzo di focus group per studiare solo l’architettura delle informazioni e l’interaction design dei suoi prodotti. Perché un pulsante è posto in uno spazio piuttosto che in un altro, perché una finestra è grande tot pixel, perché la disposizione degli elementi in una pagina è fatta seguendo un criterio piuttosto che un altro.
Se saremo stati abbastanza bravi da progettare bene le nostre informazioni e da semplificarne l’accesso, avremo non solo degli utenti felici, ma avremo degli utenti che spendono più tempo sul nostro sito. Lo stesso Google Analytics, il servizio di statistiche di Google, definisce, oltre a tutte le visualizzazioni di visite delle nostre pagine, provenienza, marca di pantaloni, etc, anche il tempo di permanenza sul sito.
Il tempo di permanenza è un dettaglio non trascurabile. Ultimanente lo ha capito molto bene anche Facebook.
Perché sprecare del tempo prezioso a fare altre cose, e non rimanere su Facebook?
Persino quando effettuate il logout ed uscite dal sito, vi invitano a rimanere con loro tramite cellulare, casomai doveste perdervi qualcosa di importante :-P
Ed è così che Facebook acquista Sofa e Push Pop Press, ed altre 11 società attive nel campo del design delle interfacce e della distribuzione di contenuti multimediali. Il tutto per farvi restare più tempo sul sito. Ecco quindi spiegato il motivo dei prossimi imminenti cambiamenti ai profili Facebook con la nuova timeline: “Condividi e metti in evidenza i post più popolari, le tue foto e gli avvenimenti importanti degni di nota nel tuo diario. Potrai raccontare la tua storia dall’inizio, senza saltare nessun dettaglio”.
Stanno mettendo sullo scaffale giusto le informazioni più importanti che vi riguardano.
Si stanno assicurando un tempo di permanenza maggiore e più entrate.
A Kiel, capitale dello stato tedesco dello Schleswig-Holstein, sede di competizioni olimpiche di vela, ne sanno qualcosa. Lì il vento lo conoscono bene, e pare che proprio da lì, il vento stia cambiando.
Qualche settimana fa, il loro garante per la privacy ha messo al bando l’opzione ‘mi piace’ di Facebook per istituzioni ed imprese. L’accusa è che parte dei dati degli utenti che cliccano sul “mi piace” dei siti vada a finire nei database di Facebook in maniera non proprio trasparente, per ottenere un loro profilo. Inoltre pare che queste informazioni vengano trattenute per due anni, rendendo l’utente “identificabile” da altri siti per alcune sue preferenze. Insomma, non è proprio chiaro a nessuno come vengano utilizzati questi dati. Il garante ha quindi chiesto almeno ai siti istituzionali di rimuovere il tasto “mi piace” dai loro siti web.
Anche il nostro garante italiano qualche domanda su Facebook se l’è fatta, più in base alle segnalazioni arrivate del tipo “Facebook mi manda email non richieste per farmi iscrivere” e “le mie foto sono visibili anche da chi non dovrebbe vederle” che su uno studio approfondito.
Da qui la domanda: quanto vale un utente Facebook?
Quanto vale un utente di cui conosco i gusti quando va sugli altri siti?
Il sistema pubblicitario di Google, e non solo, utilizza un sistema simile mostrando banner di interesse per l’utente, ma non è un sistema così altamente dettagliato come Facebook. Inoltre è possibile disabilitarlo. In definitiva è un sistema dal funzionamento trasparente.
I problemi di privacy con Facebook sono tanti, ed è necessario sensibilizzare le persone sul tema. Altrimenti piano piano Facebook ed i suoi proprietari (come Microsoft, vari investitori russi, ed altre corporation) avranno sempre più pretesti per utilizzare i nostri dati. Il “mi piace” e le pagine fan di Facebook muovono un business di 1860 milioni di dollari (solo nel 2010) per una utenza targettizzata di più di 750 milioni di persone.
E poi ad un tratto interviene la Germania. Dicono “no no, mi dispiace, se continui così inizierò a sensibilizzare la gente sui rischi della privacy con massicce campagne di comunicazione, inizierò a far disiscrivere tutti i crucchi e tu ed il tuo business potrete scordarvi di noi”. E come in ogni sistema che si rispetti, quando si è consapevoli e si protesta, i frutti arrivano. Perché in fondo Facebook non vuole perdere clienti e credibilità, soprattutto dopo aver investito milioni nella creazione di un film che esaltasse le doti filantropiche di Zuckerberg.
Così Richard Allan, responsabile Facebook per l’Europa, si reca in Germania dove si dice “saranno prese misure di sicurezza ad hoc”. Anche Ilse Aigner, Ministro per la difesa dei consumatori e l’agricoltura si è disiscritta da Facebook ed ha dichiarato di voler andare in USA a parlare con loro di normative europee in fatto di privacy.
Noi, in Italia, aspettiamo.
Le barche non arrivano tutte insieme al traguardo, qualcuna ci arriva più tardi di altre.